martedì 8 novembre 2011

City of Refuge.

Parlare, o meglio, scrivere nuovamente di Genova, ora mi è davvero difficile.

Le scuole sono ancora chiuse, c’è allerta, e la gente comune non smette di darsi da fare con le mani nel fango.
Vorrei che in questi tempi difficili, così come fu durante la depressione economica e la guerra, la musica e la danza che ci fanno sentire vivi, poiché affondano le loro radici nel profondo desiderio di sopravvivenza e risollevamento e orgoglio di un popolo antico, potessero sostenere ed incoraggiare gli amici genovesi.



Condivido con voi, allora, la lettura di un pezzo apparso sul The Journal of Pan African Studies, vol.4, no.6, Settembre 2011.
Mi auguro col cuore che la connessione con queste incredibili, fortissime donne del passato, che seppero trovare nel ballo una grande via di liberazione e coraggio, possa accompagnarvi nei giorni e nei mesi di ricostruzione che verranno.
Don’t ever stop dancing, and swinging, and feeling alive, guys.

Centra
Da:
From Kitchen Mechanics to “Jubilant Spirits of
Freedom”: Black, Working-Class Women
Dancing the Lindy Hop

by Kendra Unruh, Purdue University

[..] social dancing provides an escape as well; simply dancing to a radio at a party in someone’s living room is equivalent to “being let out of jail to be able to forget about the houseful of kids, forget about not having any money” (Petry, The Street 175).”

[..] Il social dancing offre una via di fuga; semplicemente ballare con la radio ad una festa nel soggiorno di qualcuno è l’equivalente di “essere fatti uscire di prigione, per potersi dimenticare della casa piena di bambini, dimenticarsi di non avere nemmeno un soldo”.

“Morris Dickstein explains: the culture of the 1930s is all about movement, not
the desperate simulation of movement we find in the road stories but movement that suggests genuine freedom”. The Savoy Ballroom provided a place where Black, working-class women could reclaim their bodies and remember they are human. As an interracial dance floor and as a place where domestics were “ladies” and not simply workers, these women could momentarily escape the oppression they faced in their daily lives. They could dream about a world in which their dreams could come true.”
“La cultura degli anni Trenta è tutta basata sul movimento, non la disperata simulazione di movimento che troviamo nelle storie “on the road”, ma un movimento che suggerisce vera libertà.”
Il Savoy Ballroom offrì un posto dove le donne lavoratrici Nere potessere reclamare il loro corpi e ricordare a se stesse di essere umane. In quanto pista da ballo interraziale e luogo dove le domestiche fossero “signore” e non mere lavoratrici, lì queste donne potevano momentaneamente fuggire dall’oppressione che affrontavano nelle loro vite quotidiane.
Potevano sognare un mondo nel quale i loro sogni potessero diventare realtà.”

Jacqui Malone:
“Even in the face of tremendous adversity,

it evinces an affirmation and celebration of life. [..] Black dance is a source of energy, joy, and inspiration; a spiritual antidote to oppression” . Indeed, Black, working-class women were able to revolt against repression and find joy even when faced with racism, sexism,
and class exploitation. Jazz music and dance transformed them into, in the words of Rudolph Fisher, “jubilant spirits of freedom”.
“Persino di fronte a tremende avversità,
si evince un’affermazione e una celebrazione
della vita [..]
La danza Nera è una sorgente di energia, gioia e ispirazione; un antidoto spirituale contro l’oppressione”

Invero, le donne Nere della classe lavoratrice furono in grado di ribellarsi contro la repressione e trovare gioia perfino trovandosi ad affrontare razzismo, sessismo e sfruttamento di classe. La musica Jazz e il ballo le trasformò, usando le parole di Rudolph Fisher, in esultanti spiriti di libertà”.

  • Petry, Ann. “The Street” Boston: Beacon, 1985.
  • Dickstein, Morris. “Depression Culture: The Dream of Mobility.” Radical Revisions: Rereading 1930s Culture.
  • Jacqui Malone. Steppin’ on the Blues: The Visible Rhythms of African American Dance.
  • Fisher, Rudolph. “The Lindy Hop.” The City of Refuge: The Collected Stories of Rudolph Fisher.




The rhythm persisted, the unfaltering common meter of blues, but the blueness itself,
the sorrow, the despair, began to give way to hope.

Rudolph Fisher


Lindynerd.


2 commenti:

  1. Raoul"Ar"24 novembre 2011 08:12

    Partecipo, condivido, triplo step.
    Non so se è vero che i "neri" hanno la musica nel sangue, però è vero che sono l'unica popolazione che ha provato a riscattarsi tramite di essa.
    Penso ai Bluesman del Delta, ai Spirituals nelle piantaggioni, al Savoy e ai suoi meravigliosi ballerini.

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